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Il territorio di Varmo per i suoi caratteri paesaggistici e culturali fu cantato da poeti e scrittori di tutti i tempi, basti ricordare Ermes di Colloredo, Ippolito Nievo e i contemporanei Amedeo Giacomini, Elio Bartolini e Sergio Maldini, che risiedettero a lungo entro i confini comunali, trovando degna ispirazione per le loro opere letterarie, ricche di rimandi alla realtà locale.

In effetti Varmo con le sue otto frazioni e le località di cui si compone è una continua sorpresa: non solo borghi rurali dove il tempo pare essersi cristallizzato nel tentativo di trattenere tradizioni ed usi di un tempo, ma anche un patrimonio storico artistico di tutto rispetto con capolavori rinascimentali ad impreziosire gli edifici di culto e signorili ville a ricordare un passato glorioso. Senza dimenticare la natura, governata da corsi d’acqua amati e temuti allo stesso tempo, acque che si insinuano fra gli abitati divenendo parte integrante del paesaggio, come il fiume Varmo, oppure acque che segnano un confine accompagnando ad ovest l’estendersi del territorio, come fa il Tagliamento.

Il nostro itinerario ha inizio nel capoluogo dove sulla piazza principale si fronteggiano il palazzo municipale e la chiesa plebanale. La pieve di San Lorenzo  dalle architetture neoclassiche con due nicchie in facciata che contengono le statue di San Michele Arcangelo e San Lorenzo (1860) è un edificio ottocentesco sorto su una precedente aula cultuale del XV-XVI secolo. All’interno si custodiscono opere fondamentali per la conoscenza del patrimonio artistico friulano.

Certamente la più importante è la pala d’altare realizzata da Giovanni Antonio de’ Sacchis, noto come il Pordenone, (Pordenone 1484-Ferrara 1539), artista di straordinaria levatura per inventiva e forza espressiva, uno dei maggiori talenti del Rinascimento italiano. Furono i conti di Varmo a commissionare il trittico al Pordenone che concepì organicamente la parte pittorica e la parte scultorea della monumentale cornice in legno dorato con le belle immagini dell’Annunciazione, spartita negli spazi delle volute laterali, l’Eterno Padre sulla cimasa e il Christus Passus fra due angeli inginocchiati sulla portella del tabernacolo. Le tele, incastonate fra le colonne, raffigurano a tinte accese e con ardite soluzioni spaziali la Vergine e il Bambino in trono con angeli musicanti, nel comparto centrale, i Santi Lorenzo e Giacomo a sinistra e i Santi Michele Arcangelo e Antonio Abate a destra. La pala fu realizzata fra il 1526 e il 1529. Pochi anni più tardi, precisamente nel 1542, anche il genero del Pordenone, Pomponio Amalteo (1508-1588), che ne aveva ereditato la bottega, realizzò un’opera per la pieve di Varmo: si tratta della Madonna con Bambino e Santi posta sull’altare laterale a sinistra. Il XVI secolo è poi rappresentato dalla Trasfigurazione, realizzata nel 1584 da Francesco Floreani (1515-1593), attivo in Udine come pittore ed architetto, seguace di Giovanni da Udine e Pellegrino da San Daniele, altri grandi maestri del panorama rinascimentale friulano. Un salto di due secoli ci porta nel 1775, anno a cui si ascrivono una serie di dipinti raffiguranti i Sette dolori della Vergine Maria: la Presentazione al Tempio, la Fuga i Egitto, la Disputa di Gesù con i dottori del Tempio, l’Incontro di Gesù con la Madre nella salita al Calvario, la Crocifissione, la Pietà, la Deposizione nel sepolcro. Il ciclo, caratterizzato da cornici mistilinee, fu realizzato dal ticinese Vincenzo Angelo Orelli (Locarno 1751- Bergamo 1813) che seppe coniugare al gusto per la narrazione semplice e pulita scorci paesaggistici luminosi e piacevoli. Gli affreschi che si dispiegano sul soffitto con San Marco, i Santi Ermacora e Fortunato entro i tondi e la scena centrale con Il martirio di San Lorenzo furono eseguiti nel 1859 da Rocco Pitacco (1822-1898).

L’importanza di Varmo durante i secoli della dominazione veneziana è ancora testimoniata dall’accurata conservazione di pregevoli esempi architettonici di villa padronale.

Villa Canciani Florio, ora residenza privata della famiglia Cisilino, fu costruita nel XVII secolo per volontà dei Conti di Varmo di Sotto, costretti ad abbandonare gli antichi manieri di famiglia dopo l’esondazione del Tagliamento del 1596. Si fecero così costruire questa residenza di sobria eleganza, disposta su tre piani con portale d’accesso arcuato sormontato da balcone a balaustra. Il complesso, visibile dalla cancellata d’ingresso, è immerso in un curatissimo parco con piante secolari.

Più o meno contemporanea è anche Villa di Gaspero Rizzi che si affaccia sulla strada per Roveredo e cela sul retro un ampio giardino disposto fra i rustici e la barchessa che ne definiscono l’originario uso. Non va dimenticata Villa Piacentini, appartenuta un tempo ai signori di Belgrado, feudatari che detennero il potere su una vasta area del Medio e Basso Friuli fino alla caduta del patriarcato e al conseguente arrivo dei veneziani all’inizio del Quattrocento.

Volendo continuare un’ideale percorso alla scoperta delle ville del territorio ci spostiamo a sud di Varmo, lungo la strada che conduce a Madrisio, dove sorge, seminascosto dalla vegetazione, il Priorato, residenza della famiglia Piacentini. Deriva il nome dall’antico monastero di Santa Maria di Varmo, fondato all’inizio del XIII secolo per assistere i pellegrini che si imbarcavano sul Tagliamento ed ora rintracciabile solo in alcune parti murarie della villa. Questo non fu l’unico impianto monastico della zona che ne contava ben due con la medesima intitolazione a Santa Maria di Varmo, uno maschile e l’altro femminile, oltre ad un ostello dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici, il primo ad essere fondato in Friuli. La presenza dei religiosi ebbe esito drammatico alla fine del Cinquecento, quando le terribili alluvioni del 1596-1597 provocarono innumerevoli vittime e distrussero non solo i monasteri, ma anche i sette castelli che qui sorgevano a presidio di un’area dagli intensi passaggi commerciali. I signori che abitavano gli antichi manieri, spazzati dalla piena del Tagliamento, furono così costretti a crearsi delle nuove residenze, quelle che si possono tuttora ammirare a Varmo e nelle frazioni.

Lasciando il capoluogo e procedendo in direzione di Belgrado, Santa Marizza e Gradiscutta, sulla destra si individua a colpo d'occhio un edificio di un giallo acceso, villa Giacomini, casa natale dello scrittore Amedeo.

A Santa Marizza, delizioso borgo immerso nel verde della campagna, sorge Villa Bartolini, nota come “il Palassat”, costruita nel XVII secolo per volontà dei conti Cernazai. Un tappeto verde popolato da moderne sculture metalliche precede l’elegante facciata con terminazione a timpano che gioca a contrasto con la lunetta curvilinea del balcone al piano nobile. Al corpo dominicale si affianca, sul lato destro, una barchessa a svettanti arcate, mentre sul lato opposto si levano altri edifici rustici e la casa del gastaldo, prospiciente la strada. Accanto a quella che fu la dimora dello scrittore Bartolini, sorge l'edificio che un altro autore, Sergio Maldini, scelse come proprio nido e a cui diede nome traendo spunto da uno dei suoi romanzi: "La Casa a Nord-Est". Nel complesso, restaurato su progetto dell'architetto Maria Antonietta Cester Toso, rientra anche la barchessa nota come "canevon", di datazione tardo settecentesca, utilizzato durante il corso dell'anno per svariati eventi culturali. Ai margini dell’abitato merita una visita la chiesetta cimiteriale dell’Assunta (XV secolo), che conserva all’interno affreschi attribuiti a Gian Paolo Thanner (XVI secolo), pittore per certi versi popolaresco, ma capace di infondere genuina vitalità alle figure che animano le sue composizioni.

Anche Romans, secondo centro del comune per numero di abitanti, conserva un esempio di villa padronale: è Villa Gattolini, costruita intorno al XVII secolo a ridosso delle acque di risorgiva in un contesto ambientale molto suggestivo. Anche in questo caso, come per tutte le ville del territorio, gli edifici che attorniano la residenza vera e propria  sono testimonianza di una civiltà capace di dare medesima importanza alle esigenze di rappresentanza e alle esigenze dell’attività agricola su cui si basava principalmente l’economia familiare. Nella chiesa parrocchiale di Romans si conserva La crocifissione, affresco devozionale di buona fattura, opera di Marco Tiussi (documentato fra il 1527 e il 1573), al quale si devono le più belle icone votive sopravvissute sul territorio dal Cinquecento, come attesta la Madonna con Bambino (1550), presente nella zona absidale della chiesa di San Nicolò di Belgrado.
Qui troviamo inoltre un pregevole portale realizzato fra i secoli XVI e XVII, un fonte battesimale (1523) e una lastra tombale (1533) con stemma della famiglia Strassoldo, realizzate dal lapicida Benedetto degli Astori, lombardo d’origine, ma di stanza a Cividale.

Perlustrando il patrimonio ecclesiastico di Varmo e dintorni non si può dimenticare la chiesa dei Santi Ermacora e Fortunato di Roveredo: non il monumentale edificio di impronta novecentesca, ma la piccola aula che sorge accanto mantenendo tutti i caratteri delle struttura originaria del XV secolo con campaniletto a vela impostato sulla facciata. All’interno si custodisce un affresco con i Santi Barbara, Floriano e Gottardo, datato 1593 e ascrivibile al sanvitese Cristoforo Diana (San Vito al Tagliamento 1553-1636 ca.), allievo di Pomponio Amalteo.

 

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