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BASILIANO: PATRIMONIO STORICO ARTISTICO 

l comune di Basiliano con le sue sei frazioni ricopre una delle aree più vaste del territorio medio friulano. Un’area ricca di storia e di memoria, che nasconde un patrimonio archeologico solo in parte riportato alla luce a testimonianza di origini antichissime, come quelle svelate dal Castelliere di Variano dell’età del bronzo, di insediamenti romani, che sopravvivono ancor oggi nella toponomastica locale, di luoghi di culto altomedievali divenuti tappe di un sentiero religioso commisto di fede e credenze agresti.

Un territorio dove la modernità non ha cancellato le tradizioni in un rispettoso colloquio con il passato come ci insegnano le opere di due artisti che qui ebbero i natali: lo scultore e medaglista Aurelio Mistruzzi (Villaorba 1880-Roma 1960) di cui si può ammirare il Monumento ai Caduti sulla piazza di Basiliano, e lo scultore Silvio Olivo (Villaorba 1909-Udine 1998) che firmò, fra i molti lavori lasciati in Friuli, il Monumento ai Caduti di Basagliapenta. A Basiliano, sulla stessa piazza che ospita l’opera commemorativa di Mistruzzi, si affaccia il palazzo comunale, noto anche come Palazzo Greatti dalla famiglia cui appartenne originariamente. Il palazzo, grazie ad un accorto intervento di ripristino dell’originaria struttura settecentesca, presenta oggi sulla facciata principale un portale con cornice a bugnato che introduce alla corte interna, secondo la più tipica modalità costruttiva locale.

Accanto al Municipio sorge Casa Paroncilli  anch’essa costruita nel XVIII secolo forse sulle rovine di un antico monastero. Si crea così una pregevole cortina architettonica a chiusura di un intero lato della piazza, dove trova degna collocazione anche la parrocchiale dedicata a Sant’Andrea Apostolo, lievemente sopraelevata rispetto al piano stradale antistante e con facciata a salienti quasi a svelare l’impostazione degli interni. La chiesa, rimaneggiata a più riprese nel corso dei secoli, vanta un altar maggiore in stile barocco di indiscusso valore artistico, opera di Simone Pariotti con statue di Giovanni Pischiutta, realizzate dopo la metà del ‘700. La zona corale custodisce lacerti di affreschi cinquecenteschi sulle antiche mura del precedente edificio di culto, forse del XV secolo e certamente di più modeste dimensioni con annessa torre campanaria ancora in loco. Staccato dal corpo di fabbrica svetta anche il nuovo campanile costruito all’inizio degli anni trenta del Novecento.

Non lontano dalla piazza, in direzione della stazione ferroviaria, ci si imbatte in un complesso edilizio a più nuclei in stile tardo ottocentesco oggi interpretato con un caldo intonaco rosa, frutto di recenti restauri. Si tratta di Villa Zamparo, sede, durante la seconda guerra mondiale, di un comando tedesco e successivamente inglese, ma ora vivace centro culturale, dove trovano spazio i locali della biblioteca e temporanee attività espositive.

 

Proseguendo oltre la ferrovia e oltre la strada statale N. 13, che divide in due il territorio comunale concentrando qui le principali attività commerciali, vale la pena inoltrarsi nella campagna alla ricerca del gioiello artistico di Basiliano: la chiesetta campestre di San Marco.
Il valore del luogo fu una scoperta del tutto casuale seguita ad un controllo imposto dai tragici eventi tellurici che scossero il Friuli nel 1976. In quella occasione emersero tracce di affreschi che ad un’indagine più accurata si rivelarono soltanto una piccola parte di più cicli realizzati da mani diverse, in epoche diverse fra il XII e il XV secolo. Le superfici sono dedicate prevalentemente a soggetti marciani, ma anche al culto della Vergine e di Cristo, a storie bibliche e a figure di Santi, che, nonostante l’impietosa azione del tempo, mantengono intatto il loro fascino, generato dall’intensità dei colori e dal linearismo espressivo delle forme. Documenti del XV secolo attestano la diffusa credenza popolare che la chiesetta custodisse le spoglie di San Marco in una tomba nella zona presbiteriale. Gli scavi condotti hanno portato alla luce diverse tombe con resti di ossa umane e corredi databili all’età altomedievale, ma dall’area circostante sono emersi anche materiali fittili di età romana aprendo così nuove interpretazioni della storia, di certo molto antica, del sito.

Del resto, tutto il territorio comunale di Basiliano è disseminato di chiesette campestri dalle silenti atmosfere, che suggeriscono un passato commisto di duro lavoro nei campi e di fede, scandito dal volgere delle stagioni e dalle sentite ritualità religiose.

Poco fuori dall’abitato di Orgnano, nome prediale che attesta le origini romane del luogo, sorge la chiesetta di San Pietro, visibile anche dalla statale. Essa presenta le forme semplici di una costruzione a capanna con campaniletto a vela impostato sulla facciata, dove si apre un oculo centrale e due finestrelle ai lati del portale. Ricostruita sul finire del Quattrocento a seguito delle incursioni turchesche, fu presumibilmente fondata nell’XI secolo in posizione strategica come ricovero per viandanti e pellegrini. Oggi si presenta con interni spogli, depredati dal trascorrere del tempo.

Da qui vale la pena raggiungere il centro di Orgnano per ammirare il risultato di un recente intervento di conservazione dell’antico borgo rurale che si dispiega intorno alla quattrocentesca chiesa di San Bartolomeo Apostolo. Il ripristino ha coinvolto le case e le strade con un’attenta ricerca filologica nella scelta di materiali e colori. Interessante poter comprendere anche la toponomastica locale seguendo il percorso segnalato da apposita cartellonistica posta nei punti strategici del paese.

Da Orgnano, dove, tra l’altro, estesi roseti inebriano vista e olfatto, si prosegue verso Variano, custode della memoria più antica del territorio comunale. Come già precisato il colle di San Leonardo, noto anche come Parco delle Rimembranze (Monumento ai Caduti della Prima e Seconda Guerra Mondiale – 1989), presenta tracce ancora visibili di un castelliere protostorico. Sulle stesse alture di Variano, ad ovest del castelliere, sorge la chiesetta di San Leonardo, custode di interessanti espressioni figurative popolari con intenti devozionali. La data di fondazione dell’edificio non è nota, ma è certo un intervento di restauro sul finire del terzo decennio del Cinquecento con conseguente decorazione ad affresco datata al 1533. Sull’arco trionfale spicca la Crocefissione, mentre sulla parete destra della navata si susseguono, entro spazi definiti da cornici lineari, scene della Vita e della Passione di Cristo, figure di Santi e il Miracolo dei naufraghi di San Nicolò, condotti con ingenua semplicità in funzione di una piana lettura dei fatti narrati.

Un’altra chiesetta immersa nel verde della campagna circostante sorge nella frazione di Villaorba, toponimo variamente interpretato.
Infatti, uno dei possibili significati sarebbe quello di “abitato cieco”, cioè che non si vede, e deriverebbe dalla leggenda secondo cui il borgo si sarebbe salvato dalle devastazioni degli Unni di Attila essendo circondato e, dunque, nascosto da una fitta boscaglia.

Il paese si concentra intorno alla chiesa di San Tommaso Apostolo, costruita a partire dal 1771, e vanta due esempi interessanti di residenza nobiliare di campagna. La prima è del XIX secolo con parti murarie risalenti addirittura all’XI secolo: si tratta di Villa Occhialini, un tempo dimora dei conti Cicogna.
Si presenta come un massiccio edificio dai toni severi con ampie tracce di interventi funzionali che ne hanno modificato il rigore simmetrico originario. La seconda è Villa Venier – Romano, un tempo dei conti di Colloredo. La sobria ed elegante facciata, che da sulla via principale del borgo, nasconde un’ampia corte interna delimitata da edifici rustici di fondazione ottocentesca. La chiesa campestre di Villaorba si incontra lungo la strada che conduce verso il comune di Mereto di Tomba ed è dedicata a Santa Maria e Sant’Orsola.


Dagli scavi archeologici condotti nei pressi si deduce che la chiesa, ad aula unica con monofora campanaria in facciata, è sorta su un sito di epoca romana dopo l’XI secolo. Lungo le pareti interne si conservano tracce di affreschi tardo trecenteschi, legati alla cultura giottesca patavina, come si evince dalla bella figura intera di Sant’Antonio Abate che benedice i fedeli. Sulla parete sinistra si leggono ancora lacerti riconducibili al secolo successivo come la Madonna in trono col Bambino, frutto di una maturità stilistica tutta quattrocentesca che si esplica nel morbido panneggio delle vesti e nell’espressività giocata sugli umani affetti del rapporto fra madre e figlio. Anche gli elementi lapidei e pittorici che ornano il lato d’ingresso della chiesa, oggi purtroppo molto rovinati, appartengono al XV secolo: resta una Madonna in trono, raffigurata frontalmente, labilissime tracce, ormai illeggibili, di un San Cristoforo ad affresco e di una meridiana.

 

L’icona di Vissandone

Foto di Vinicio Scortegagna

Icone, edicole, nicchie, crocifissi e affreschi murali arricchiscono il patrimonio del territorio a testimonianza di una profonda religiosità popolare, espressa attraverso forme artistiche, spesso semplici e spontanee, ma di grande valore storico.
Un prezioso esempio di arte sacra popolare lo si può ammirare nella frazione di Vissandone a breve distanza dalla piazza del paese, nei pressi dell’incrocio tra via Trento e via Ceccon. Si tratta di una particolare edicola votiva che, per forma e per stile, presenta forti somiglianze con i capitelli devozionali austriaci, collocati, allo stesso modo, presso crocicchi e stradine campestri.
Di pianta quadrangolare, questa sorta di tabernacolo agreste, denominato dalla comunità locale “La Statue”, è posto su leggero rialzo artificiale e si sviluppa in quattro fronti ciechi, sormontati da una copertura in coppi. Quattro piccole nicchie, una per ciascun lato, ospitano dipinti a soggetto sacro. L’opera, costruita probabilmente tra il 1856 e il 1866, fu commissionata dagli abitanti di Vissandone a maestranze locali, mentre gli affreschi delle nicchie furono affidati, secondo le testimonianze orali, ad artisti di passaggio.
Nel 2005, grazie ad un abile restauro, è stata ripristinata la struttura dell’edicola e sono stati riportati agli antichi splendori i lacerti di affresco salvati dalle intemperie. Il monumento sacro, riemerso dall’oblio, si è trasformato, diventando segno vivo e tangibile di  lontani percorsi devozionali, frutto di una religiosità atavica commista di fede e credenze popolari.

Testo di Cinzia Sut

 

 

 

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