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La via dei mulini

 

L’attività molitoria ha caratterizzato l’economia di questa zona sin dal Medioevo, quando ha rappresentato una fondamentale innovazione tecnologica, offrendo il primo congegno meccanico capace di sostituire completamente la forza motrice umana o animale. Inoltre il mulino ad acqua in passato ha spesso avuto anche un’importante funzione sociale, rappresentando uno strumento di potere nelle mani dei feudatari, oltre che il luogo in cui il mugnaio e i contadini si scambiavano idee ed opinioni sulla religione, sulla vita civile e sulla struttura stessa della società. Fabris, a fine Ottocento, ne censisce addirittura ventidue, e Don Vito Zoratti ne cita alcuni ancora funzionanti dopo la seconda Guerra Mondiale: il mulino Sotto Villa, forse il più antico e i cui locali ospitano oggi un’attività di carpenteria metallica; il mulino Gnûv o Bosa, risalente al Cinquecento, che sorge sulla roggia Selusset e in cui erano attive le trebbie per i cereali; quello della Siega, il più grande e attrezzato della zona, il cui nome si deve alla presenza della sega per il taglio del legname, in quanto l’energia motrice fornita dall’acqua permetteva di affiancare alla macinazione dei cereali altre attività. Ai tempi dei conti Manin l’attività dei mulini distingueva il codroipese nel contesto dell’economia friulana, ma purtroppo oggi i mulini, in gran parte risalenti al XVI secolo e sostanzialmente rimaneggiati tra il XVII e il XVIII, sono quasi tutti alterati nella forma e nelle funzioni e degli antichi e fiorenti opifici rimangono solo poche tracce. Soltanto il mulino di Bert, collocato all’interno di un complesso rurale del 1450, è ancora operativo.

Costruito dal Siôr Zorzi da Codroipo e alimentato dalla Roggia di San Odorico, canale artificiale costruito dai Conti Cossio nel Medioevo, il mulino prese il nome Bert nel 1674 da una famiglia di mugnai provenienti da San Vidotto; in seguito alcuni interventi avvenuti nel corso degli anni ne hanno in parte modificato l’aspetto. Attualmente l’opificio, che dal 1800 è gestito dalla famiglia Zoratti (già mugnai dei conti Manin), utilizza macchinari originali della fine dell’800, periodo in cui Luigi Zorat aggiunse al mulino le trebbie per i cereali, facendo costruire la grandiosa ruota di ferro che ancor oggi ne è l’elemento più caratterizzante, provvista anche di un raro laminatoio realizzato nel 1945 da maestri ungheresi e di una coppia di macine con mola inferiore in sughero, usate per decorticare il farro. Oggi qui si svolge la lavorazione di cereali da agricoltura biologica e vengono prodotte farine integrali per polenta, macinate a pietra e raffinate, farine per la panificazione di grano duro, grano tenero e farro; qui inoltre è possibile assistere a originali pratiche tradizionali, quali la macinazione delle biade per la farina e la battitura dello stoccafisso alla pietra attraverso l’antichissimo sistema del pestello di lino; la ruota a pale un tempo alimentava anche la sega e le macchine per la follatura del panno. Si ricordano inoltre il mulino Caeran o delle Stalle, appartenente alla giurisdizione di Muscletto, situato sulla strada San Martino-Lonca (detta Levade) e ancora funzionante per la macinazione e la produzione di mangimi e il mulino delle Streghe, nei pressi di Biauzzo, attivo fino agli anni ‘70.

Sempre l’acqua, nei decenni precedenti la meccanizzazione dell’industria, è stata un fattore decisivo per l’impianto nella zona di diversi altri opifici, tra cui la cartiera di Passariano, voluta dai Manin nei primi anni dell’Ottocento lungo le acque del Ghebo e riconvertita verso la fine del secolo a industria chimica per la produzione di concimi, sapone e acido solforico, rimasta attiva fino all’inizio della Grande Guerra. Tra le due guerre e fino alla nazionalizzazione delle industrie elettriche, i mulini furono al centro di un interessante esempio di riconversione produttiva: sostituite le vecchie ruote in legno da più moderne turbine è stato possibile ottenere dall’acqua energia elettrica, impiegata sia per le necessità produttive dei mulini stessi che per l’illuminazione domestica.

Attualmente l’intera zona della risorgive ha perso la sua funzione principale connessa allo sfruttamento dell’energia idraulica, ma alcune attività produttive traggono ancora beneficio dalle acque di risorgenza: accanto all’agricoltura, ad esempio, numerosi sono gli impianti di acquacoltura che sono sorti prevalentemente lungo la strada che collega Muscletto a Lonca.

 

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