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Il comune di Castions di Strada ospita poco meno di 4000 abitanti e si sviluppa soprattutto in lunghezza all’estremità sud-orientale della zona indicata con il nome di Medio Friuli. E’ ricco di notevoli attrattive ambientali e, in particolare, il suo territorio è caratterizzato da boschi planiziali, paludi, torbiere e praterie umide, la cui sopravvivenza è legata al risorgere in superficie delle acque. Castions, infatti, si trova lungo la fascia delle risorgive, dove la falda freatica incontrando i terreni più fini e meno permeabili della bassa pianura viene ostacolata nel suo percorso in profondità e in parte emerge in superficie, formando numerosi e piccoli corsi d’acqua che, dopo aver serpeggiato per brevi tratti, concludono il loro viaggio infiltrandosi nei prati umidi.

 

Una volta la zona di Castions era davvero ricca di acque che ristagnavano in vaste superfici paludose poiché dal fondo dei fossi scaturivano numerose vene d’acqua con una certa pressione, ribollenti per lo svilupparsi di bolle gassose e pertanto chiamate “bulidòrs”; oggi invece le zone acquitrinose dove l’acqua trapela dai sedimenti superficiali sono limitate a pochi lembi di territorio, generalmente a ridosso dei corsi d’acqua, dove è rimasta ancora qualche piccola superficie boschiva risparmiata dal riordino agricolo.

Il fiume principale è il Cormor, che corre quasi a livello della pianura e disegna per un breve tratto ampi meandri prima di essere costretto entro una arginatura continua; pur essendo per sua natura un corso d’acqua effimero, che una volta uscito dall’anfiteatro morenico perde rapidamente la sua scarsa portata nell’alveo ghiaioso e si gonfia d’acqua soltanto in occasione di piogge prolungate, in questa zona si garantisce una portata perenne e una temperatura dell’acqua pressoché costante, sostenuto dagli apporti di corsi minori e delle numerose sorgenti che vengono in superficie. Mentre una volta il suo corso terminava tra Sant’Andrat e Castions di Strada e le sue acque si disperdevano nei campi con eventuali prolungamenti fino a Torsa e Paradiso, oggi vengono convogliate nella Roggia Revonchio, che è un canale artificiale che a sud prosegue nella Muzzanella e giunge fino al mare.

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La zona immediatamente a sud di Sant’Andrat del Cormor era nota come “Palude di Mortegliano”, per la presenza di una fitta serie di corsi d’acqua e di olle alimentate dalla risorgenza freatica; inoltre il fiume nei periodi piovosi provocava potenti esondazioni e allagamenti nei terreni circostanti, dando origine a un intricato sistema di paludi (da occidente Palude di Levada, Palude di Mortegliano, Palude Moretto, Palude Molinat, Palude del Lago, Palude tra i Molini, Palude Groat), che andavano poi a formare limpidissime rogge (Roggia Rivolo, Roggia Zingara, Roggia di Sant’Andrat, Fossalat, Roggia Menigola, Roggia Ontantina, Rio Storto, Rio del Lago, ecc.).

La zona però negli anni sessanta è stata oggetto di interventi di miglioramento agrario, nell’ambito del cosiddetto riordino fondiario, tra cui opere di regimazione del Cormor e bonifiche idrauliche delle paludi di Mortegliano (che, nonostante il nome, ricadevano nel comune di Castions): in queste circostanze è stato creato un vasto bacino delimitato da argini entro i quali è stata inclusa anche un’area umida naturale di indiscusso valore ambientale: la Palude Moretto. Questa zona è stata dichiarata Sito di importanza comunitaria (SIC) e quindi fa parte di una rete di aree naturali che hanno l’obbiettivo di tutelare habitat e specie animali e vegetali significative a livello europeo. Questa rete, detta “Natura 2000”, è prevista dalla Direttiva 92/43/CEE relativa alla Conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, comunemente denominata “Direttiva Habitat”: scopo dichiarato dell’Unione Europea è di salvaguardare la biodiversità, mediante attività di conservazione non solo all’interno di queste aree ma in tutto il territorio con misure di tutela delle specie più a rischio. La Palude Moretto, che coincide proprio con il bacino di espansione del Cormor, ospita habitat naturali ancora integri, con specie botaniche uniche e in forte regressione. Per effetto dell’azione delle acque risorgenti e della morfologia non uniforme del suolo, con depressioni e rialzi del terreno, sono presenti nella zona vari ambienti in funzione dei diversi livelli dell’acqua, e ognuno è caratterizzato da una sua tipica vegetazione con specie botaniche specializzate.

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Laddove l’allagamento del suolo è frequente o permanente, con un livello dell’acqua intorno ai 30-40 cm, si formano paludi calcaree o specchi d’acqua, in cui prevale il Cladium mariscus, pianta con foglie taglienti e infiorescenze costituite da piccole spighe riunite in glomeruli, che forma densi popolamenti chiamati cladieti, considerati di assoluto pregio a livello ambientale.
Dove l’acqua ristagna e si accumula la sostanza organica prodotta dalle piante sono presenti gli ambienti più vulnerabili e minacciati, le torbiere basse alcaline, cosiddette perché la loro superficie è leggermente concava, le acque di risorgiva sono ricche di calcio e quindi alcaline e in esse si forma la torba, un insieme di microscopiche fibre derivanti dalla decomposizione di materiale vegetale che conferisce al sedimento un caratteristico colore da marrone a nero e una particolare sofficità. Oggi la presenza di questi biotopi rappresenta una rarità a livello nazionale e un valore naturalistico notevole a livello europeo: qui la specie più tipica è il Giunco nero (Schoenus nigricans), pianta cespitosa con infiorescenze nerastre sormontate da una resta appuntita, talvolta affiancata da specie endemiche (che crescono solo in questi ambienti di risorgiva) e da specie microterme (adattate alle basse temperature).

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Sui terreni rialzati, allagati solo occasionalmente o che risentono di fenomeni di imbibizione dovuti alla risalita per capillarità dell’acqua di falda, si sviluppano le cosiddette praterie umide, caratterizzate dalla Molinia coerulea, una graminacea cespitosa alta anche più di un metro dalle evidenti infiorescenze violacee: questi prati, chiamati anche molinieti, sono ricchi di specie che ne accrescono il valore naturalistico-scientifico, oltre che estetico-paesaggistico.

Ma la caratteristica che distingue la Palude Moretto e la rende un luogo estremamente piacevole durante l’estate è la presenza di moltissimi boschetti frammentati in piccoli appezzamenti, costituiti da molte specie, tra cui platani, carpini bianchi ed aceri campestri: tuttavia, laddove l’impaludamento del terreno limita la normale evoluzione della vegetazione arborea, il carpino tende a scomparire mentre compaiono querce, olmi e frassini; se poi il ristagno è duraturo e si accompa-gna a periodiche sommersioni del terreno tendono a prevalere gli ontani neri, i pioppi e i salici.

Anche il paesaggio boschivo è dunque influenzato e condizionato dall’eventuale presenza di acqua ed anche lievi variazioni altimetriche del piano di campagna conferiscono eterogeneità alla vegetazione, caratterizzata da fitte boscaglie laddove il suolo è relativamente drenato, mentre in presenza di bassure del terreno prevalgono le essenze più igrofile, tra cui la Caltha palustris.

Questi boschi, formati anche da un ricco strato arbustivo e da un interessante sottobosco erbaceo, offrono condizioni ideali per la sosta ed il rifugio di una ricca avifauna, sia migratoria che stanziale, e permettono la sopravvivenza a specie rare, come ad esempio la Lucertola vivipara, considerata un relitto glaciale. La zona è inoltre circondata da un paesaggio vario e di grande fascino con vasti terreni coltivati a pioppeti; tuttavia anche la situazione agronomica è fortemente influenzata dalle condizioni di umidità del terreno, particolarmente ricco di torba e di ghiaia.

Proseguendo lungo il corso del Cormor fino ad imboccare la strada statale per Trieste (la storica Via Annia), si raggiunge il Boscat, un ampio e antico bosco di straordinaria valenza naturalistica, formato in prevalenza da farnie e carpini bianchi (definito querco-carpinetum boreoitalicum): le querce si distinguono al primo colpo d’occhio per la corteccia ruvida e nera in contrasto con quella liscia e chiazzata di bianco dei carpini. Entrando in questo bosco si è subito accolti dal fascino speciale di un ecosistema che si è formato migliaia di anni fa e ci si trova immersi in una vegetazione completamente naturale e molto fitta, che fa dimenticare il paesaggio agrario circostante; gli alberi costituiscono solo lo strato superiore, mentre a un livello più basso si sviluppa un ricco popolamento arbustivo e un intricato sottobosco, formato da specie prevalentemente sciafile (che amano l’ombra), talvolta arricchito di coloratissimi fiori, tra cui meravigliose orchidee, relitti glaciali rimasti qui fin dall’ultima glaciazione. Le specie più rare e quindi preziose che si possono rinvenire sono Gagea spathacea, Viola elatior, Orchis purpurea, Cephalantera damasonium e Pseudostellaria europaea; ma il Boscat contiene anche alcuni muschi interessanti, come le specie Leucobryum juniperoideum e Homalia trichomamoides, inserite nella Lista Rossa delle Briofite italiane.

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Anche la componente faunistica non è priva di pregio: infatti il bosco ospita numerose specie di uccelli, rettili e mammiferi, tra cui faine, puzzole e volpi; è particolarmente importante la presenza qui del “Toporagno della Selva di Arvonchi” che è un endemismo padano. Il luogo è famoso anche per la presenza dei tartufi: la sopravvivenza di questi funghi è strettamente legata a quella degli alberi e certamente oggi sarebbe più facile trovarne se il bosco avesse conservato una estensione maggiore. Il paesaggio circostante è inoltre abbellito dalla presenza di due laghetti di cava: ai margini del bosco da alcuni osservatori nascosti tra la vegetazione è possibile osservare in silenzio i tuffetti, unici stanziali tra gli svassi, che poggiano il loro nido sopra la vegetazione galleggiante, o i germani reali nascosti nel canneto; sicuri nidificanti sono poi la Gallinella d’acqua e l’elusivo Porciglione, che popolano abitualmente tutti i corsi fluviali della zona e gli specchi d’acqua stagnante.

Si tratta di un luogo molto piacevole e suggestivo, ma anche estremamente importante dal punto di vista ambientale perché il Boscat è uno dei pochissimi lembi di bosco planiziale che è possibile ancora visitare in Friuli, piccoli e preziosi residui di quella ampia foresta mista di querce, tigli, carpini, frassini ed olmi, che copriva tutta la bassa pianura compresa tra il Livenza e l’Isonzo durante la colonizzazione romana. Ma già dal I-II secolo d.C. questo ampio bosco, in cui la Farnia era l’elemento arboreo dominante, cominciò ad essere progressivamente distrutto per far posto alle necessità agricole e privilegiare l’economia pastorale a scapito di quella forestale: i Romani per procurare fondi all’agricoltura praticavano la barbara usanza del “debbio”, cioè l’incendio di ampie estensioni boschive. Anche durante il Patriarcato di Aquileia la “Magna Silva” che si estendeva dalla Via Hungarorum (la Stradalta) fino al mare, costituita da boschi cedui, fustaie e praterie arborate, è stata incalzata da una agricoltura sempre più esigente e da uno sfruttamento inconsulto del manto forestale per ricavare legna da ardere; solo la Repubblica Serenissima, per garantirsi la disponibilità di legname per l’armamento della sua flotta, aveva attuato anche qui in zona una politica di salvaguardia dei boschi, vietando l’incendio ed il taglio, ma nel corso del ‘700 e poi con l’avvento del Regno d’Italia venne intaccato il residuo patrimonio boschivo. Possiamo registrare che già alla fine della prima guerra mondiale la superficie complessiva dei boschi nel basso Friuli ammontava a soli 4594 ettari, ma dopo gli ulteriori disboscamenti del secondo dopoguerra la foresta è quasi del tutto scomparsa in pianura, sacrificata ad una agricoltura sempre più invasiva.

Per questo dunque è così importante salvaguardare i rari e piccoli boschi di pianura rimasti; ma il Boscat non è l’ultimo degli ambiti naturali protetti del comune di Castions di Strada: la singolare rarità delle sue specie floro-faunistiche ha fatto sì che la Regione si attivasse per la protezione anche della Torbiera Selvote istituendo un Biotopo tutelato dalla legge 42/1996. Si tratta, citando la legge stessa, di “un’area di limitata estensione territoriale caratterizzata da emergenze naturalistiche di grande interesse e che corrono il rischio di distruzione e scomparsa”: in particolare il sito, caratterizzato da alluvioni limose per lo più calcareo-dolomitiche, presenta notevoli fenomeni di risorgenza che permettono la formazione di habitat paludosi e di una ben conservata torbiera alcalina, nonché interessanti esempi di prati chiusi. La Regione Friuli Venezia Giulia ha acquistato i terreni di valore naturalistico compresi nell’area da tutelare, al fine di salvaguardare dall’estinzione le piante rare ed endemiche che qui ancora sopravvivono e favorire la ricostituzione delle aree umide originarie a partire dai terreni agricoli circostanti.

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Per trovare facilmente la Torbiera Selvote si può passare per il paesino di Corgnolo, dove è piacevole fare una passeggiata nel Parco Rovere, tra laghetti abitati dai cigni e una bella mostra all’aperto di vecchi attrezzi agricoli: da qui si prende la strada per Morsano per deviare poco dopo sulla sinistra tra i campi e i pioppeti. Qui dapprima compaiono dei boschetti, ai bordi di piccoli corsi d’acqua, lungo arginelli naturali o artificiali o nei filari che contornano i caratteristici campi chiusi: in alcune aree sottoposte alla permanenza dell’acqua i platani ibridi si accompagnano agli ontani neri, che formano boschi idrofili su terreni molto umidi, a volte allagati, riuscendo a vivere in questa condizione di semi-sommersione delle radici e tollerando la carenza di ossigeno e la mancanza di azoto grazie alla simbiosi radicale con batteri azotofissatori. Talvolta si sviluppano cespuglietti di salice cenerino (Salix cinerea) e frangola (Frangula alnus), cioè le specie arbustive in grado di sopportare meglio l’inondazione dei suoli, e che creano grovigli impenetrabili tra cui si nasconde la fauna selvatica. Tra le specie erbacee le più interessanti sono la Thelypteris palustris, tipica felce delle paludi, e la rara Hottonia palustris con fusto e foglie sommersi, che fa emergere dall’acqua delicate pannocchie di fiorellini bianchi, inserita nella Lista Rossa delle specie minacciate della flora italiana.

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